Agosto è arrivato.
Le città si svuotano con una fretta quasi isterica. Si sente nell’aria quell’urgenza collettiva, quel bisogno disperato di stiparsi su un nastro d’asfalto arroventato pur di raggiungere una striscia di sabbia piena di ombrelloni, tutti rigorosamente uguali, tutti disposti con precisione, tutti rigorosamente sempre più cari ogni anno.
La gente chiama tutto questo libertà. Io lo chiamo un miraggio.
Mentre il mondo corre fuori per anestetizzare i propri pensieri sotto il sole di mezzogiorno, io compio il gesto più rivoluzionario che un artista possa fare oggi: chiudo la porta del mio Atelier, accendo le luci di studio e mi metto ad ascoltare il silenzio.
Non è una fuga e non è una difesa. È un ritorno a casa.
Il Paradosso è che, da un lato, c’è la folla, che scappa verso l’esterno inseguendo il rumore, l’anestesia, la moda, la routine di ogni anno, e la superficialità. Dall’altro c’è l’artista, che entra dentro se stesso cercando il silenzio, la verità e l’ispirazione.
Osservo la società moderna da anni, la studio, la scompongo, la rielaboro nelle forme della mia Pop Art Astratta, e noto una verità scomoda che in pochi hanno il coraggio di ammettere a voce alta: la maggior parte delle persone non va in vacanza per ritrovare se stessa, ma per dimenticarsi di chi è per due settimane.
In pratica, si scappa non tanto per staccare la spina come riposo, ma come fuga da una realtà che non piace.
Servirebbe il coraggio di fermarsi, di guardarsi nello specchio e dirsi con coraggio cosa non piace, cosa non si è più disposti a fare o a non fare. Un lavoro, una mansione, una situazione…
Invece, ci si tuffa in un consumo frenetico di ritrovi affollati, aperitivi identici a ogni latitudine e conversazioni da ombrellone che galleggiano sulla crosta delle cose.
È la grande illusione del nostro tempo, per cui si scambia lo spostamento fisico con la transizione spirituale. Ma se porti una mente stanca in mezzo al caos di una spiaggia gremita, non hai ottenuto il riposo, ma hai solo cambiato la scenografia della tua prigione.
La cultura Pop consumistica ci ha insegnato che il tempo libero va riempito, comprato, consumato e immediatamente fotografato per dimostrare agli altri che stiamo esistendo, che facciamo cose e che acquistiamo oggetti.
È una recita. Un carnevale in maschera estivo, dove quegli stessi occhi che per me sono lo specchio sacro dell’anima e l’origine di ogni mia pennellata, si nascondono dietro lenti scure, terrorizzati dall’idea di incrociare lo sguardo altrui, ma soprattutto il proprio.
L’ATELIER AD AGOSTO: DOVE IL COLORE IMPARA A PARLARE
Nello spazio del mio studio, il colore respira a un ritmo diverso.
Quando fuori la città si spegne e le macchine smettono di rombare sulle strade di Roma, il silenzio diventa tangibile. Lo puoi toccare. Ha la consistenza della tela vergine che attende la prima stesura di colore.
“Nel silenzio dell’Atelier, il colore smette di essere forma e diventa voce, ed è lì che nasce la Pop Art Astratta.”
In quel preciso istante, la solitudine smette di essere un’assenza e si trasforma nella presenza più ingombrante e meravigliosa che si possa sperimentare, cioè quella solitudine che permette all’anima e alla mente di incontrarsi per dare spazio alle emozioni, alle sensazioni e alle percezioni, in modo tale da sviscerarle per provare a trasformarle in opere d’arte.
L’invenzione della mia Pop Art Astratta è scaturita proprio da questa capacità di scavare sotto le icone della quotidianità per estrarne il triangolo, la linea netta, il colore che urla senza bisogno di sfumature di comodo.
Mentre gli altri bruciano il tempo al sole, io uso il sole per illuminare le contraddizioni della realtà sulla tela.



Ciò non significa non andare al mare e isolarmi nel mio studio. Anzi. Come scrivevo poc’anzi, io lo chiudo lo studio. Ma significa utilizzare lo svago estivo per capire, per approfondire, anche staccando la spina per riposare.
Cosa ben diversa dal fuggire dalla quotidianità. Perché, si ti piace la tua vita, non cerchi di lasciarla a casa.
C’è un equivoco concettuale che bisogna assolutamente chiarire se si vuole comprendere l’Arte del Pensiero.
L’isolamento è una condizione subita, una punizione, un muro che ci separa dal mondo facendoci sentire sbagliati o esclusi, invece, la solitudine è un atto di sovranità personale, una scelta, la decisione cosciente di chiudere la porta al rumore per poter sentire la propria voce interiore.
La società contemporanea ha un terrore atavico della solitudine perché ti costringe a reggere il tuo sguardo nello specchio e, se dentro c’è il vuoto, quel silenzio fa paura.
Chi non ha paura di guardarsi dentro, invece, può cercare la solitudine, così come lo svago, per capire quella visione, quel silenzio che può accendere il fuoco della creatività.
Per me, come artista, la solitudine estiva è il momento di massima fertilità spirituale. È il tempo in cui posso interrogarmi, magari di fronte a panorami mozzafiato di quel meraviglioso pianeta che abbiamo la fortuna di abitare.
Per correggere i volumi, per sfidare il colore e cercare quel punto di rottura dove l’opera smette di essere il dipinto di Marcos Gutiérrez e diventa uno specchio universale in cui chiunque può riconoscere la propria verità.
Perché nei miei quadri, gli occhi degli individui rappresentati non cercano mai il compromesso. Non ci sono ombre a nascondere i difetti o ad ammorbidire la realtà, ma la mia pittura è un atto di nudità concettuale.
Non vi sto dicendo di non andare al mare o di annullare i vostri viaggi. Sarebbe sciocco e banale; vi sto invitando a fare un esperimento diverso quest’anno.
Ritagliatevi un’ora al giorno solo per voi. Spegnete i telefoni, allontanatevi dalla folla, cercate una stanza ombrosa o un angolo dove possiate stare in pace con voi stessi. Che sia una spiaggia o una piscina, una pineta o uno studio, e rimanete lì da soli, senza fare nulla. Guardatevi dentro con la stessa genuinità con cui un pittore fissa una tela bianca prima di scagliare il primo tratto di colore.
Scoprirete che il viaggio più emozionante che potrete fare è proprio quello dentro voi stessi.
Marcos Gutiérrez
