Ho trascorso la maggior parte della mia vita a credere che dipingere fosse un atto di conquista.
Davanti a una tela bianca, la tentazione è sempre stata quella di riempirla, di impormi con un colore, tracciando linee, strappando una forma al nulla per urlare al mondo “io sono qui, questo è ciò che vedo”.
Per anni, la Pop Art astratta è stata la mia voce, la mia difesa, il mio modo di respirare. Ogni quadro era un’espirazione profonda, un bisogno viscerale di proiettare all’esterno ciò che dentro faceva troppo rumore e spesso bruciava.
Ma il tempo, se lo si ascolta con umiltà, insegna una grammatica diversa. Con il passare degli anni, la materia si fa più pesante e lo sguardo più leggero, così, cominci a capire che la bellezza non è necessariamente l’aggiunta di qualcosa, ma è la grazia di ciò che si sceglie di non toccare più.
DALLA FRENESIA DEL GESTO ALLA GRAZIA DEL TEMPO
C’è stato un momento in cui la mia mano ha iniziato a rallentare. Non per stanchezza, ma per rispetto.
Ho iniziato a guardare gli oggetti, la luce che taglia lo studio alle quattro del pomeriggio, le crepe sul muro, la pelle delle mie mani, senza il bisogno immediato di doversi per forza “appropriare” di quella bellezza attraverso un pennello. Mi sono reso conto che per decenni ho fatto fare alla pittura il lavoro che avrebbe dovuto fare la mia anima: vivere le cose, semplicemente.
Spesso consideriamo la pausa come una sconfitta e il silenzio come un’assenza. Nella cultura del fare, chi si ferma sembra arrendersi. Ci insegnano questo, oggi, no?
Ma nella pittura, il bianco è attesa, potenziale, spazio in cui l’opera d’arte smette di essere un oggetto sulla parete e diventa l’esistenza che contiene tutto il resto.
In questo momento della mia vita, provo una profonda gratitudine per l’arte, ma avverto un richiamo ancora più forte verso la luce pura, non dipinta.
Preparare il silenzio non significa spegnere la luce o chiudere la porta dello studio per sempre. Significa, piuttosto, fare spazio. Significa riconoscere che la pittura mi ha dato tutto ciò di cui avevo bisogno per imparare a vedere e che ora posso finalmente permettermi il lusso di guardare e basta.
Senza la fretta di dover tradurre, senza l’ansia di dover mostrare.
Non c’è alcuna resa in questo. C’è, semmai, una forma di pudore e di rispetto per la vita. C’è la consapevolezza che alcune immagini sono così intime, così perfette nel loro scorrere quotidiano, che qualsiasi pennellata rischierebbe di ingabbiarle.
L’INVISIBILE COME ULTIMA OPERA D’ARTE
Se mi chiederete a cosa sto lavorando in questi giorni, non vi mostrerò una tela fresca di telaio. Vi risponderò che sto dipingendo con la presenza. Sto imparando l’arte sottile di non aggiungere più nulla a ciò che è già compiuto.
I quadri che ho dipinto restano lì, a testimoniare dove sono stato. Ma il luogo in cui sto andando richiede bagagli più leggeri. Richiede mani libere per poter accogliere il presente senza la mediazione di un pennello.
Il pennello si riposa, ma lo sguardo resta sveglio. Più sveglio che mai.
A chi continuerà a passare da queste parti, a chi cercherà ancora le mie forme e i miei colori, lascio un invito a non cercarmi nell’accumulo della pittura, ma nella qualità dell’ascolto.
Il mio viaggio continua, semplicemente ha cambiato materia. È diventato invisibile, ed è forse, per questo, la mia opera più umana.
Marcos Gutierrez
