C’è un istante, prima che la spatola graffi la tela bianca, in cui tutto tace, in cui ogni emozione, ogni pensiero e tutti i sentimenti che provo, raggiungono le mie mani, per tuffarsi sulla tela.
È in quel vuoto, in quell’abisso sospeso, che smetto di essere semplicemente un uomo e divento un tramite.
Non ho mai creduto che la pittura fosse un mero esercizio estetico o un mestiere; per me, Marcos, è sempre stata un’emorragia dell’anima, una necessità viscerale per non impazzire di fronte al caos dell’esistenza.
Porto impressa sulla pelle e negli occhi la luce primordiale del mio Honduras, una terra dove il colore è un grido, dove la natura ti esplode dentro, ma è a Roma, ventre antico e materno, ricco di storia, che ho trovato il luogo in cui far sanguinare davvero la mia pittura.
Nelle aule dell’accademia avevo imparato a domare la forma, a restituire al mondo la sua rassicurante geometria figurativa. Eppure, mentre dipingevo un volto o un corpo perfetto, sentivo che stavo mentendo, perché la realtà, quella nuda, non è mai così ordinata.
Ho avvertito l’urgenza di scarnificare l’immagine, di spingermi oltre il velo di Maya del visibile per sprofondare nei territori dell’inconscio, per capire me stesso e la gente. È così che ho partorito la mia “Pop Art Astratta”.
Per capire cosa io intenda, basta osservare con attenzione gli occhi della mia tigre, o quegli sguardi umani profondissimi, liquidi, che emergono a fatica da un groviglio di materia scabra.
Sono occhi ancorati a questo mondo, ma sono fagocitati dal rumore. Ho preso la sfacciataggine della Pop Art, con le scritte, i graffiti urbani, i volti della cultura di massa come i cartoni animati che infestano i nostri ricordi, e l’ho trascinata nell’abisso dell’informale.
Volevo far collidere due mondi: la nostra nevrosi contemporanea, fatta di stimoli continui e plastificati, e la tradizione della pittura.
Lavoro con i colori come se dovessi creare e dare vita al mondo.
Stratifico, distruggo, copro e riscopro.
Chi si ferma a scrutare i miei quadri non vede solo colore, ma filamenti di DNA in continua, dolorosa evoluzione. Perché noi esseri viventi siamo questo, un groviglio di materia organica ed emozioni, un codice genetico messo a nudo e sporcato dalla polvere della strada.
E poi, è arrivato il buio.

In molti si sono chiesti dove fossi finito nel 2025, perché avessi improvvisamente disertato le gallerie, cancellato ogni evento, ritirato la mia voce.
La verità è che il baccano del mondo, a un certo punto, ti assorda, ti inquina. Addirittura, ti costringe a scegliere una “voce giusta”, ti dice cosa devi pensare e cosa no.
Per un artista che cerca ossessivamente la verità, tutto ciò è inaccettabile, e le vetrine, le pacche sulle spalle e i sorrisi di circostanza diventano un veleno letale.
Avevo bisogno di un silenzio assoluto, di un eremitaggio dell’anima, perciò, mi sono chiuso nel mio atelier, lontano da tutti, per scendere ancora più a fondo. Dovevo far morire una parte di me, la più compiacente, perché un’altra, più feroce, più pura, più autentica, potesse continuare a respirare.
Non è stata una fuga, la mia. È stata una lenta, faticosa gestazione.
Un isolamento necessario per ascoltare il battito del cosmo e tradurlo in un nuovo codice.

Oggi, in questo 2026 che sa di aria pulita dopo la tempesta, rompo il silenzio. Ritorno alla luce portando con me brandelli di verità che ho strappato al buio in questi anni di isolamento febbrile.
C’è un’evoluzione nuova che mi brucia tra le mani, una direzione inedita che non vedo l’ora di svelarvi.
Non vi chiedo di guardare i miei quadri per trovare conforto o rassicurazione, poiché l’arte non deve accarezzare, ma deve scuotere, deve frugare nelle piaghe per ricordarci che siamo vivi, deve costringere a pensare, a interrogarsi, a mettere ogni cosa in discussione.
Vi chiedo di perdervi con me in questa selva di materia e colore, di provare ad ascoltare il battito irrequieto di un’umanità in bilico.
Io vi aspetto lì, esattamente dove l’immagine si sfalda e inizia l’anima.
