La resurrezione non è un evento, per un artista, ma una scelta cromatica.
Ogni anno, intorno a questa stagione, il mondo si riempie di conigli di cioccolato, di uova confezionate e di auguri che spariscono dalla bacheca social nel giro di qualche ora.
E io resto nel mio atelier, con i pennelli fermi, a fissare la tela bianca.
Perché la Pasqua, quella vera, non quella che si compra al supermercato, è l’unico evento dell’anno in cui sento che l’arte e la vita parlano finalmente la stessa lingua.
IL SEPOLCRO ERA BIANCO
Ho sempre pensato che il momento più importante della Pasqua non sia la resurrezione, ma il silenzio del giorno prima, di quel sabato sospeso, congelato, in cui niente è ancora successo e tutto è già perduto.
Il mondo non sa ancora come andrà a finire e c’è il peso di una pietra enorme davanti a un vuoto che nessuno ha il coraggio di guardare.
Io quel sabato lo conosco bene.
Lo conosco ogni volta che mi trovo davanti a una tela nuova, con il colore ancora fresco sul bordo della tavolozza e la mano che non si muove, che non riesce a mettere insieme le mille idee che affollano la mia testa.
C’è un istante, che dura pochi secondi, ma pesa anni di tormenti e vicissitudini, in cui non sai se quello che stai per fare avrà senso, in cui il bianco della tela è esattamente come quel sepolcro chiuso: silenzioso, definitivo, impossibile da attraversare.
Eppure, è proprio lì che comincia tutto.
LA RESURREZIONE È UN ATTO CROMATICO
Quando, finalmente, il pennello tocca la superficie, quando il primo rosso esplode sul bianco, quando il blu comincia a sprofondare verso i bordi, quello per me è il momento della resurrezione. Non un momento religioso, ma un momento umano, profondamente umano.
La resurrezione non è la vittoria trionfante di qualcuno che torna in vita, ma il coraggio silenzioso di chi, dopo giorni nel buio totale, decide comunque di uscire.
La mia Pop Art Astratta è costruita esattamente su questa tensione, tra il buio che precede e la luce che esplode. I miei colori non sono mai decorativi, ma drammatici, nel senso greco del termine, nel senso di azione, nel senso per cui ogni cromia è una scelta irreversibile e ogni velatura è un velo che strappo per arrivare a qualcosa che non si può fingere.
Non si può fingere la resurrezione: o esci dal sepolcro o ci resti.
L’UOVO NON È UNA METAFORA STANCA
So cosa state pensando. L’uovo di Pasqua, l’uovo come simbolo di rinascita: quante volte l’abbiamo sentita.
Ma fermatevi un secondo. Davvero fermatevi.
Pensate a cosa è un uovo prima che si schiuda. È chiuso, opaco e non lascia vedere niente di quello che contiene. Dall’esterno sembra un oggetto morto, immobile, privo di qualunque interesse.
Eppure, dentro sta accadendo la cosa più straordinaria dell’universo.
Io lavoro così.
Le mie tele, quando sono ancora in lavorazione, quando sono ancora sul cavalletto e nessuno le ha viste, sembrano caos. Sembrano errori. Strati su strati di colore che non si capiscono, forme che non si riconoscono, tensioni che non si risolvono.
Nessuno da fuori capirebbe cosa sta nascendo.
Eppure, io lo so. Io sento, mentre dipingo, che dentro quel guscio opaco c’è qualcosa che vuole uscire, qualcosa che non ha ancora il nome, ma che ha già la forma.
L’arte è questo. La vita è questo. La Pasqua è questo.
VIVERE IN UN MONDO CHE HA ABOLITO LA QUARESIMA
Il mondo contemporaneo ha abolito la Quaresima.
Non parlo dei quaranta giorni religiosi, ma di quella pratica umana, antichissima, di togliere prima di aggiungere. Di creare un vuoto consapevole per lasciare spazio a qualcosa di nuovo. Di sopportare l’assenza come atto preparatorio alla pienezza.
Oggi non si sopporta l’assenza. Oggi, se per tre minuti non arriva una notifica, qualcosa si rompe dentro di noi.
E allora come si fa a risorgere, se non si accetta mai di essere morti?
Come si può dipingere qualcosa di nuovo, se non si è disposti a bruciare quello che si è fatto prima?
La mia crisi creativa più profonda, quella in cui ho quasi smesso di dipingere, è durata mesi. Mesi in cui non riuscivo a produrre niente che mi convincesse, in cui tutto quello che usciva dai miei pennelli mi sembrava già visto, già detto, già morto.
Avrei potuto riempire quella quaresima con l’attività frenetica, con la produzione ossessiva, con il postare comunque. Avrei potuto fingere che il sepolcro fosse vuoto già dal venerdì sera.
Invece ho aspettato. Ho sopportato il sabato.
E quando la resurrezione è arrivata, era qualcosa che non avrei mai potuto prevedere. Un colore nuovo. Una forma che non conoscevo. Una tela che sembrava dipingersi quasi da sola, come se i mesi di silenzio fossero stati un’incubazione silenziosa.
UNA PASQUA ASTRATTA
Se dovessi dipingere la Pasqua – e forse, prima o poi, lo farò – non dipingerei crocifissi né giardini né tombe aperte.
Dipingerei uno strato di nero denso, quasi materico, che occupa tutta la parte bassa della tela. Un nero che pesa, che opprime, che non lascia spazio.
E poi, in alto, un’esplosione di bianco e oro che non rispetta i confini, che non chiede il permesso, che invade tutto quello spazio buio senza ansia e senza vergogna; in mezzo, una zona di transizione, quella che nei miei quadri è spesso la parte più interessante, quella che nessuno sa come leggere, fatta di rossi, verdi e blu abissali che si scontrano e si mescolano senza risolversi mai in armonia facile.
Perché la resurrezione non è armoniosa. È esplosiva, caotica, urgente.
È la cosa più pop che esista. È la cosa più astratta che esista.
È, forse, la ragione per cui dipingo.
Buona Pasqua. Che sia vera.
Marcos
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