Mi chiedo spesso quando abbiamo smesso di guardare per iniziare, semplicemente, a consumare immagini come tranci di pizza con gli amici.
Osservo il mondo fuori dal mio studio e vedo un’umanità in apnea, schiava di un battito cardiaco accelerato che non appartiene alla vita, ma al metronomo della produzione ossessiva che caratterizza il nostro tempo.
Corriamo. Corriamo per non restare indietro, corriamo per catturare un istante che, nel momento stesso in cui viene registrato, è già morto. Corriamo per postare una storia nuova a ogni ora, pubblicando milioni di immagini che perdono un senso un’ora dopo averlo ottenuto.
La fotografia contemporanea è diventata il certificato di questa morte: un’accumulazione bulimica di pixel senza peso, un rumore sordo che riempie il vuoto senza mai colmarlo.
Io ho deciso di commettere un atto di alto tradimento verso il presente. Io mi sono fermato.
IL RITMO DEL SANGUE CONTRO IL RITMO DEL CLICK
C’è una violenza sottile nella pretesa che tutto sia immediato. L’istante, oggi, è una tirannia. Ci obbliga a reagire, senza prenderci il tempo per riflettere.
Per questo ho deciso di fermarmi, ormai da diversi mesi.
Perché l’’Arte, quella che cerco di distillare ogni volta che la luce attraversa la mia lente – non ha nulla a che fare con la velocità.
La mia pop art astratta non è un furto di identità né la pretesa di replicare un tramonto, perché io non “rubo” uno scatto a un panorama. Al contrario, offro il mio tempo affinché l’immagine possa finalmente manifestarsi in parole, pensieri, concetti, filosofie.
A volte attendo ore prima di immaginare un’opera nella mia mente, poiché aspetto che il mio sguardo si sintonizzi con l’anima del visibile, con le percezioni che colgo dal vivere quotidiano.






UNA POP ART DELL’ANIMA: L’ASTRAZIONE COME RESISTENZA
Molti vedono nelle mie opere echi della Pop Art, tuttavia, se ne accetto la parentela cromatica, la forza del contrasto, l’audacia della forma, mi permetto di far notare che la mia espressione artistica non celebra l’oggetto di consumo, perciò, la mia è una Pop Art metafisica, per cui contano il pensiero, il concetto e la filosofia prima di qualunque oggetto.
I miei rossi urlano, i blu sprofondano nell’abisso e le mie velature squarciano la superficialità per raggiungere l’essenza e sottrarla alla frenesia commerciale.
In un mondo che usa colori e immagini per venderti un desiderio, io uso il colore per offrirti un pensiero e per spronarti a meditare.
Le mie composizioni astratte sono frammenti di un tempo che si è solidificato. Non vi chiedo di “capire” cosa state guardando, vi chiedo di sentirne il peso, la temperatura, il silenzio.
SMETTERE DI GUARDARE, INIZIARE A PENSARE
L’invito che rivolgo a chi si accosta alle mie opere è un invito scomodo, è l’invito di rallentare fino a quasi fermarvi, perché non siamo nati per scorrere schermi con il pollice fino all’esaurimento della nostra capacità critica.
Siamo nati per abitare lo spazio tra un respiro e l’altro. Quando guardate una mia opera, non cercate di decodificarla in tre secondi per passare alla successiva. Abitatela il tempo necessario per comprendere il mio processo creativo, per meditare sulla vita che avete intorno.
La vendetta del tempo lento e meditato è proprio questa: mentre tutto ciò che è veloce svanisce nel dimenticatoio dell’algoritmo, ciò che è stato creato con lentezza rimane impresso nella retina dell’anima, perché forma un pensiero, un’immagine mentale che non dimentichi, perché non l’hai guardata con gli occhi, ma con l’anima.
L’ELEGANZA DELLA STASI
C’è una nobiltà profonda nel non avere fretta. L’eleganza, per me, è la capacità di scegliere dove posare lo sguardo e quanto tempo lasciarlo lì a germogliare.
Il mio lavoro è una dichiarazione di guerra alla distrazione e alla frenesia del nostro tempo, che causa scelte folli e l’incapacità sempre più endemica di meditare e di andare oltre ragionamenti elementari.
Se vi fermate davanti a un mio pezzo, e per un istante il rumore del mondo fuori si spegne, allora – e solo allora – ritengo la mia missione come Artista compiuta.
Perché se ci fermiamo a pensare, abbiamo sconfitto la tirannia dell’istante. Abbiamo vinto noi, nel silenzio di un tempo che non appartiene più al cronometro, ma all’eternità.
