LA PITTURA DI MARCOS GUTIÉRREZ CI MOSTRA LA NOSTRA DISPERATA BATTAGLIA PER ESISTERE ONLINE

La nuova vera valuta che governa il nostro mondo, la più forte, la più agognata, non è il dollaro, non è l’oro.

Non sono nemmeno i nostri dati personale, sebbene siano importantissimi.

La nuova valuta che governa il mondo è l’attenzione. Pura, semplice, fugace attenzione umana.

Viviamo immersi in quella che è stata definita “l’economia dell’attenzione”, un ecosistema spietato in cui ogni singola entità, che sia brand, influencer, media, o persino noi stessi, combatte una guerra silenziosa per conquistare una frazione di secondo del nostro sguardo. È una guerra combattuta a colpi di notifiche, di titoli sensazionalistici, di immagini scioccanti.

Tutto per avere un pizzico di attenzione, aspirando alla notorietà.

E poi, in uno studio, lontano dagli algoritmi della Silicon Valley, c’è un pittore che questa guerra la sta documentando con una lucidità quasi maniacale.

Marcos Gutiérrez, forse senza nemmeno proporselo, è diventato un grande cronista di questa battaglia, attraverso tele che non sono semplici opere d’arte, ma specchi della nostra disperata lotta per la visibilità.

LA TELA COME MANIFESTO DEL “CLICK”

La prima cosa che un’opera di Gutiérrez fa è aggredirti, è lasciarti sgomento, a interrogarti su cosa voglia dire, a domandarsi se non sia tu l’oggetto dei suoi messaggi.

Non ti invita, ti assale, con i colori come armi. Gialli acidi, rosa shocking, verdi fluorescenti, blu elettrici che sembrano bruciare la retina. Non c’è nulla di quieto e la sua è la palette cromatica di un’interfaccia digitale progettata per creare dipendenza, la stessa logica visiva di un pulsante “Acquista Ora”.

Il suo stile urla “Guardami!”. Urla “Non osare distogliere lo sguardo!”

Le stesse composizioni di Gutiérrez sono architetture del caos, dove non c’è un centro, non c’è un punto di riposo per l’occhio e lo sguardo viene continuamente deviato, catturato da una scritta, da una macchia di colore, da una colatura, da un’icona pop.

È la rappresentazione perfetta di una pagina web satura di banner pubblicitari, pop-up e notifiche. Gutiérrez ha interiorizzato il linguaggio visivo del nostro tempo e lo ha trasposto su tela, per cui ogni suo quadro è, nella sua essenza, un capolavoro analogico, un’irresistibile trappola per l’attenzione che ci costringe a fermarci e a decodificare il suo assordante messaggio.

IL VOLTO COME “FEED”: QUANDO L’IDENTITÀ DIVENTA UN MURALES DIGITALE

Se la tecnica è lo strumento, il soggetto è il cuore del dramma. Gutiérrez dipinge volti, ma non sono ritratti, bensì profili. Sono la nostra estroflessione digitale, perciò il volto realistico, spesso femminile, funge da tela bianca, da “muro” di una bacheca social, su cui la cultura contemporanea scrive, cancella e sovrascrive i suoi messaggi.

È come se Gutièrrez volesse trasmettere sulle sue tele i tanti messaggi e i molteplici bisogni che intercetta nelle persone che vivono la città, che nota sui volti della gente che gli passa accanto.

Allora, le parole che si susseguono in alcune sue creazioni, “LOVE”, “POP”, “GLAMOUR”, “HELL”, diventano hashtag, parole chiave ottimizzate per un’emozione istantanea, scorciatoie emotive per generare una reazione, un’interazione, un “like”.

Le icone che inserisce, come Topolino o i loghi di Prada, sono l’equivalente pittorico di un meme, simboli universalmente riconoscibili che non richiedono sforzo interpretativo, ma garantiscono un aggancio immediato, perché l’intera superficie del volto diventa un feed pubblico, un collage caotico di status, storie, commenti e tag.

L’individuo non esiste più come entità singola, ma come somma delle interazioni che è in grado di generare.

IL PREZZO DELLA VISIBILITÀ: GLI OCCHI CHE CI IMPLORANO

E poi, in mezzo a questa tempesta semiotica, ci sono gli occhi. Ed è qui che l’opera di Gutiérrez trascende la semplice critica sociale per diventare una tragedia umana, perché gli occhi che dipinge sono diversi da tutto il resto. Sono realistici, profondi, pieni di una luce umida e disperata.

Sono l’ultimo baluardo dell’anima, l’unica parte del volto non ancora cannibalizzata dal rumore del mondo contemporaneo. Fissano lo spettatore con un’intensità quasi insopportabile e, in quello sguardo, c’è tutta la domanda che la nostra epoca rifiuta di porsi: cosa resta di noi, una volta che abbiamo messo in vendita la nostra stessa immagine? Chi siamo, dietro il filtro, dietro il post virale, dietro la facciata costruita per mendicare attenzione? Dietro le maschere che indossiamo?

Questi occhi ci mostrano il prezzo altissimo della nostra lotta per la visibilità, un prezzo pagato in frammentazione, in autenticità perduta. Sono gli occhi di chi si sente infinitamente esposto, ma profondamente invisibile. Implorano un tipo di attenzione diverso, non lo scroll distratto, non un “like”, ma comprensione.

Marcos Gutiérrez usa la pittura per farci una diagnosi, così ci mostra che l’urlo per un “like” non è un semplice fenomeno digitale, ma una condizione esistenziale per cui il digitale diventa solo uno strumento e ciò che conta sono le sensazioni e le condizioni stesse del vivere.

Le sue tele non sono solo lo specchio della nostra cultura, ma proiettato su di noi come specchi di noi stessi, lasciandoci intravedere noi stessi come se fossimo estranei da noi.

Fissando quello specchio, fissando le opere di Gutiérrez, è impossibile non sentire che quell’urlo, in fondo, è anche il nostro.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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